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René e Georgette Magritte

Memorie di una relazione surreale

 

di Anna Maria Novelli e Luciano Marucci

 

Agli inizi degli anni Sessanta in Italia ci si accorse del talento di René Magritte, uno dei fondatori e degli attivisti del Movimento Surrealista a Parigi e a Bruxelles. Essendo appassionati di arte contemporanea, seguivamo già con interesse la sua pittura. Nel 1964 azzardammo a scrivergli chiedendo di acquistare per sole centomila lire un piccolo lavoro, dal momento che non possedevamo di più. Il 10 luglio 1967 arrivò da Bruxelles III, in dono, “un petit souvenir”: pastello su cartoncino bianco di cm 12,5 x 15,7 con una casa, una testa di uomo con la bombetta e una mela (della stessa grandezza) poggiate su un piano; sullo sfondo un cielo avvolgente. Sul foglietto di protezione la scritta autografa: “avec les compliments de René Magritte”. Ovviamente la sorpresa fu enorme. Nacque così il nostro rapporto con il Maestro.

Dopo pochi giorni l’editore André Bosmans (che abitava in un sobborgo di Liegi), forse su consiglio dell’autore, ci scrisse per avere la diapositiva dell’opera da aggiungere ai documenti magrittiani in suo possesso. La corrispondenza con lui è durata vari anni, sempre incentrata su Magritte e il contesto culturale in cui egli agiva. Inviò alcuni esemplari di Réthorique dedicati a Magritte, il libro di Louis Scutenaire René Magritte (uscito nel 1964 a cura del Ministère de l’Education Nationale et de la Culture) e due numeri del mensile Le Centaure con le pagine di grafica pubblicitaria progettate da Magritte, editi nel 1927 e nel 1928 dall’omonima galleria di Bruxelles che tenne la sua prima personale raggruppando sessanta dipinti.

Per ricambiare la gentilezza di René, gli inviavamo gli articoli che si pubblicavano in Italia sulla sua attività (con un’approssimativa traduzione in francese) e, per gli auguri di buon anno, un pacco di prodotti ascolani, tra cui un gateau che la coppia gradiva particolarmente, e una bottiglia di Anisetta (la volta che gli giunse semivuota, la moglie Georgette, nel ringraziare, ironicamente ipotizzò che l’avesse bevuta i doganieri…).

Nel 1965 il critico e curatore Enrico Crispolti, che al Castello Spagnolo de L’Aquila organizzava la Rassegna Internazionale di Pittura Scultura Grafica Alternative Attuali, rese un Omaggio a Magritte, proponendo trentatré opere dal 1920 al 1961. Nel nostro Paese prima di allora si erano avute solo poche personali: alla Galleria L’Obelisco di Roma (1953), presso il Padiglione Belga della Biennale di Venezia del 1954 con i surrealisti di quella Nazione, alle gallerie Galatea di Torino (1962), Schwarz di Milano (1962-‘63) poi trasferita a L’Attico di Roma, Notizie (1965) replicata a La Medusa di Roma. Il catalogo della mostra aquilana comprendeva un testo critico-esplicativo e documenti linguistico-visivi provenienti dall’archivio di Magritte, stralci di suoi scritti sulle principali mostre, una selezionata antologia critica utile per la maggiore conoscenza della sua poetica.

L’anno dopo, nella collana “Elite” su Le arti e gli stili in ogni tempo e paese edita dai Fratelli Fabbri, a proposito della Pop Art Crispolti scrisse: “[…] Chi tuttavia nell’ambito del Surrealismo s’è appropriato decisamente dei modi della visualizzazione di massa è stato il belga René Magritte, che la critica e parecchi degli artisti stessi riconoscono uno dei padri capitali della “Pop Art”

d’ “èlite” […]”.

Informammo della citazione l’artista che, il 7 gennaio 1967, con lettera autografa ci rispose:

[...] je regrette que l’auteur confonde “Stupidité” avec l’apparence des choses qui nous entourent L’apparence offerte par un nuage, un arbre ou une autre figure n’est pas «stupide» C’est apparence n’est pas à dédaigner au profit des “interprétations” que les artistes peintres s’efforcent de donner. Là, est la stupidité et l’ennui que procurent les peintures artistiques: elles sont toutes aussi indifférentes les unes que les autres. Ce n’est pas l’apparence du monde qui est stupide, c’est ce que les “artistes”, ceux du Pop Art par exemple, en font – C’est misérable et convient parfaitement “aux temps présentes”. Je ne désire pas être “de mon temps”, je laisse cela aux gens qui s’intéressent à l’actualité comme s’il n’y avait pas une vision du monde qui lui soit supérieure - […].

([…] mi dispiace che l’autore confonda “Stupidità” con l’apparenza delle cose che ci circondano – L’apparenza offerta da una nuvola, da un albero o da un’altra figura non è “stupida” – L’apparenza non è da disdegnare a discapito delle “interpretazioni” che gli artisti si sforzano di dare. Là, sono la stupidità e la noia che i dipinti artistici offrono: sono ugualmente indifferenti l’uno all’altro. Non è l’aspetto del mondo che è stupido, è ciò che fanno gli “artisti”, per esempio, quelli della Pop Art – È miserabile e si adatta perfettamente “ai tempi presenti” – Io non desidero essere “del mio tempo”, lascio ciò alle persone che sono interessate all’attualità, come se non ci fosse una visione del mondo che le sia superiore – […]).

La precisazione ci era sembrata così motivata e intransigente che non azzardammo dare spiegazioni.

Nel 1967, per la VII Biennale d’Arte Contemporanea di San Benedetto del Tronto, gli chiedemmo due incisioni da esporre nella sezione “Grafica Internazionale”, ed egli ci inviò la serigrafia Les bijoux indiscrets (H. C. 18/20) e l’acquaforte Le paysage de Baucis, precisando che non erano in vendita, perché quasi sprovvisto di gravures. E spedì pure la fotografia con la sua figura che ‘entra’ nel quadro Le pèllerin eseguito nel ‘66.

In quel periodo anche i grandi musei esponevano i suoi dipinti: il MoMA di New York, dal dicembre 1965 al gennaio 1966 (e fu l’occasione per i coniugi Magritte di visitare per la prima volta New York), il Boijmans Van Beuningen di Rotterdam e il Moderna Museet di Stoccolma nel 1967. Finalmente gli venivano tributati i riconoscimenti internazionali che fino ad allora erano mancati. Purtroppo, mentre era all’apice del successo, l’artista si ammalò. Gli fu diagnosticato un tumore al pancreas. Nella vaga speranza di guarire, decise di trascorrere con Georgette una parte dell’estate a Montecatini. Da lì l’8 giugno del ‘67 ci scrisse l’ultima lettera. Tornato a Bruxelles, il 15 agosto ci lasciò per sempre.

Subito dopo la chiusura della Biennale sanbenedettese chiedemmo a Georgette di poter trattenere, per cinquantamila lire ciascuna, le due grafiche che ci erano state prestate e le promettemmo che l’estate successiva saremmo passati da Bruxelles per visitare la tomba del marito, sostando, come nostra abitudine, in un camping, ma lei insistette per ospitarci. Quindi, con comprensibile trepidazione, arrivammo nella villetta, al n. 97 della tranquilla Rue des Mimosas, nel quartiere di Shaerbeek, dove lei abitava in compagnia dell’ormai vecchio e quasi cieco cagnolino Lulù, divenuto irritabile dopo la morte del padrone che ogni giorno lo portava a passeggio.

Ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, dello straordinario soggiorno rammentiamo tutto: il giardino con due casette di legno per le colombe e le copie delle sculture di bronzo già esposte alla Galerie Iolas di Parigi (suo mercante dagli anni Quaranta) Les traveaux d’Alexandre, Les gräces naturelles, Delusions de Grandeur; il salone al pianterreno con il grande quadro Le Domain de Arnheim (1962) sopra il divano; le due bottiglie dipinte poggiate sul pianoforte a coda; lo schermo per proiettare, in compagnia di amici, i film preferiti di Charlot e Fernandel, nonché quelli che lui stesso realizzava; la piccola gouache (tratta dalla tela Almayer’s Folly); la scalinata che conduceva al primo piano (protetto dall’impianto di allarme); lo stretto ballatoio dal pavimento in moquette grigia, con il cavalletto (posto accanto a una scrivania) con l’ultimo quadro incompiuto (personaggio abbozzato a carboncino sulla tela bianca, senza testa e con la mano sopra un libro chiuso) e alla base la valigetta in legno con alcuni gessetti, tubetti di colore, pennelli (Georgette ce ne regalò uno usato come souvenir); il mobile vetrina dei libri, con il cassetto dove in vista si trovava la copia della lettera inviata a De Chirico e la risposta di quest’ultimo, uno dei libri del filosofo e teorico dell’epistemologia Charles Sanders Pierce con annotazioni a margine di Mag (che svelava la relazione tra la rappresentazione dell’oggetto e la sua realtà fisica, ben esemplificata in Ceci n’est pas une pipe), una poltrona a dondolo.

Magritte non aveva mai avuto un atelier convenzionale: dipingeva in cucina e in sala da pranzo. All’ingresso della stanza da letto, a noi destinata, c’era una copia dell’incisione Le paysage de Baucis e un quadretto di Tanguy. Sulla parete di fronte campeggiava un dipinto che ritraeva Georgette idealizzata tra le nuvole.

Rimanemmo a casa Magritte tre giorni. Georgette aveva organizzato per noi alcune escursioni. Con la nostra auto arrivammo a Knokke-Heist (Le Zoute), luogo di villeggiatura sulla costa, ma con il cielo grigio e il mare reso spumeggiante dal vento. Memorabile la visita alla sala da gioco circolare Le Lustre del Casinò municipale con i coinvolgenti affreschi (72 metri di lunghezza per 4,30 di altezza) che nel 1953 Magritte aveva fatto realizzare con una sequenza di immagini tratte dai suoi più importanti dipinti.

Il mattino dopo Georgette ci accompagnò al cimitero. La tomba di Magritte era a terra, con la lapide e una colomba in marmo bianco. Poiché il cielo non era sereno, su di essa si riflettevano le nuvole, proprio come in certi quadri del pittore, tanto che nella nostra foto apparve la casuale versione di un fenomeno surreale. Oggi accoglie anche le spoglie di lei, deceduta nel 1986.

Il pomeriggio, all’ora del tè, ci portò a casa degli amici Scutenaire. Madame Irène Imoir fu molto accogliente, Louis (poeta e scrittore), ironico e socievole, ci mostrò la raccolta delle sue pubblicazioni, custodite in una libreria chiusa a chiave, e rimanemmo piacevolmente sorpresi e divertiti dai disegni, appositamente realizzati da Magritte per ciascuna pubblicazione, soprattutto quelli alla maniera di Renoir e del breve periodo vache. Non erano mai stati esposti forse perché riservati e dai soggetti conturbanti. Il poeta ci informò che spesso discutevano a lungo sui titoli dei quadri da Magritte, considerati complementari alle opere.

In quei giorni Georgette ci raccontò del primo incontro con René, avvenuto alla Fiera di Charleroi quando era una ragazzina di dodici anni; che rivide Magritte nel 1920 e che nel 1922 erano già sposati; dell’influenza che aveva avuto su di lui (quattordicenne) il suicidio della madre, ritrovata nel fiume Sambre con la camicia da notte che le copriva completamente il volto (scioccante visione che tornerà più volte nei suoi quadri L’histoire centrale e in due varianti de Les amants); della rivelazione avuta da Magritte dal dipinto metafisico Canto d’amore di “Desciricò” che segnò la svolta decisiva per la sua poetica (facemmo un po’ di fatica a comprendere che si trattava di De Chirico e ne ridemmo insieme); che l’artista non guidava l’automobile perché, quando ci provò, andò a sbattere; di essere stata la sua unica modella e musa, compagna fedele di una vita, anche se, per un breve periodo il matrimonio aveva vacillato a causa di una passioncella di René, ma lei era riuscita a ricomporre l’unione; dei vicini che fino agli ultimi anni non sapevano che Magritte fosse un noto pittore: essendo vestito di scuro, con la bombetta e l’ombrello come un gentleman inglese, e lo credevano un eccentrico impiegato statale.

Da vedova, Georgette curava i rapporti con i galleristi e i critici. Il giorno prima del nostro arrivo era ripartito Claudio Bruni de “La Medusa” che aveva acquistato delle opere su carta. Poiché anche noi desideravamo prendere qualche disegno, ci fece scegliere tra quelli rimasti in una cartella e ci permise di pagarli a rate mensili, pur trattandosi di somma simbolica.

Tornati nella nostra città, Georgette ogni tanto ci spediva una grafica stampata d’après, con la sua firma o con il timbro a secco dell’Atelier Magritte.

Nel 1970 si presentò l’occasione di rivederci a Ferrara per una mostra sul Surrealismo belga con una ventina di opere di Magritte. Scrisse che sarebbe stata presente con degli amici e ci invitò all’inaugurazione. La incontrammo in hotel e passammo un piacevole pomeriggio a conversare. La mostra si aprì la sera, poi andammo tutti a cena e ci volle seduti accanto a lei.

Altre importanti esposizioni post mortem su Magritte si tennero a Londra (ICA, 1968; Arts Council, 1969 a cura di David Sylvester; Musée National d’Art Moderne di Tokyo (1971); Palazzo Forti di Verona (1991) Da Magritte a Magritte, curata da Giorgio Cortenova e Charles Herscoviċi; Royal Museum of Fine Arts of Belgium (1998), per il centenario della nascita, con un catalogo ben documentato.

Georgette, rimasta senza parenti che potessero aiutarla a gestire l’eredità artistica, cercò di tenere sotto controllo l’uso non autorizzato delle immagini delle opere prodotte dal marito, ma a un certo punto dovette rivolgersi a un avvocato per far valere i suoi diritti nel campo dell’editoria e della pubblicità. Collaboravamo un po’ noi segnalando gli abusi che scoprivamo in Italia. Così fu per le copertine di libri, i manifesti e il film I tulipani di Harlem del regista Franco Brusati che iniziava con la proiezione di alcuni dei più famosi quadri di Magritte, uscito nelle sale italiane nel 1971.

La gentille dame non visse abbastanza per assistere alla costituzione delle istituzioni museali che celebravano l’artista. Nel Museo René Magritte, aperto nel 1999, ubicato nel palazzo dove abitarono René e Georgette per un quarto di secolo, è stato ricostruito l’appartamento con i mobili originali. Su un altro piano dell’edificio negli anni Quaranta si riunivano i surrealisti e nelle vicinanze c’è ancora il bistrot Le Fleur en Papier Doré (simile al Cabaret Voltaire dei dadaisti a Zurigo), culturalmente ancora attivo. Nel 2009 in Place Royale si è inaugurato il più istituzionale Museo Magritte con 250 opere delle circa 2000 prodotte.

In seguito, mentre ospitavamo nel nostro appartamento di San Benedetto del Tronto l’artista Luca Patella e per qualche giorno il critico belga Michel Baudson, quest’ultimo ci disse che se ci fossimo decisi a vendere i disegni di Magritte sarebbe subito arrivato con l’aereo…

La nostra storia legata ai Magritte non finì neanche con la morte di Georgette, perché negli anni nei quali Patella era in vacanza a San Benedetto, in riva al mare inventavamo parodie in performance fotografiche ispirate alle opere dell’artista belga (una di esse è stata utilizzata per l’homepage del sito www.lucianomarucci.it). Inoltre su trentuno cartoline magrittiane da noi riportate dai viaggi Luca ha apposto fantasiose annotazioni, dialettizzando con le opere riprodotte con insolita immediatezza. Lo stesso Patella, dopo l’antologia di Antwerpen del 1990, a cura di Baudson, nel 2002, su committenza del Comité des Arts de la Ville, in Place Ninove di Bruxelles ha realizzato Magrittefontaine (Fontaine Physiognomique), tornita in pierre bleu sul profilo di Magritte.

Nel nostro monolocale di San Benedetto, su una parete spicca ul poster de La Grande Guerre con un elegante signore in bombetta e una mela che gli copre quasi interamente il viso, opera di forte impatto che ridà presenza ai ricordi artistici più emozionanti della nostra vita.

Magritte era un personaggio che non si dava arie. Si dedicava all’arte con estremo rigore, transitando dalle opere pittoriche e plastiche a quelle fotografiche e ai film. A volte si esibiva perfino come performer dando corpo ai paradossi della sua cifra surreale. La sua opera dall’identità inconfondibile, concepita come mezzo di espressione personale e di fruizione generale, solo in apparenza lontana dalla realtà, induce alla sua lettura con nuovi punti di vista.

Indubbiamente è stato un surrealista sui generis, fuori dagli schemi della tendenza e delle altre avanguardie storiche e coeve, come pure dalla superficialità del quotidiano. Egli decostruiva il linguaggio figurativo codificato, ponendo a confronto la rappresentazione dell’oggetto e la sua realtà fisica. Focalizzava e sviluppava il concetto di percezione analizzato da Pierce e coniugava pittura, pensiero filosofico e poesia. Dava forma visibile all’invisibile attraverso un’iconografia desueta, stimolando una riflessione sul nonsenso di una figurazione spiazzante ed enigmatica che rimanda al subconscio. Ha rivitalizzato così il medium pittorico sfruttando anche le modalità accademiche e pedagogiche per esprimere le inquietudini dell’umanità. Partendo dal dettaglio, è giunto a magiche visioni universali che evocano il mistero. Può essere senz’altro considerato il più geniale artista del XX secolo. Oltre a realizzare opere fortemente soggettive di grande qualità, ha creato un genere, influenzando molti creativi del campo visivo e concettuale del nostro tempo. Tra i seguaci più diretti dal lato linguistico e poetico, il conterraneo Marcel Broodthaers.

 

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Riprodurre:

Foto Magritte con quadro

Pastello

incisioni Baucì e Le bigiù indiscret

Foto cavalletto con ultima opera, altre foto casa e giardino

 

disegno Alan Poe

Dedica di Georgette nell’incisione con la foglia grande

Foto con Giorgette a Ferrara

La grande Guerra (avuto da Georgette)