ANCONA

La Mole Vanvitelliana è uno spazio dove è possibile valorizzare ogni esposizione. La scultura marchigiana dal dopoguerra ad oggi, curata da Floriano De Santi (catalogo Allemandi), non poteva trovare contenitore più degno. Dopo un preambolo con autori dei primi decenni del secolo, legati chiaramente alla tradizione, la ricognizione proponeva personalità di orientamenti diversi: il classico Pericle Fazzini, il futurista Umberto Peschi, il segnico-informale Edgardo Mannucci, lo sperimentatore Sante Monachesi, le micro-macro preziosità dei fratelli Pomodoro, il barocco surreale di Valeriano Trubbiani, il neoclassicismo di  Giuliano Vangi, le geometrie di Giorgio Bompadre e Nanni Valentini. Si proseguiva con le esperienze linguisticamente più ‘presenti’ con le strutture minimali di Giuseppe Uncini, le cosmiche installazioni di Eliseo Mattiacci, i legni totemici di Loreno Sguanci, i moduli spaziali di Fulvio Ligi, i travertini svelati di Giuliano Giuliani, le favole aeree di Marcello Diotallevi, le costruzioni eterogenee di Maria Dompè. Venivano poi i lavori dei più giovani Roberta Fiorentini, Nada Cingolani (con mentali elaborazioni poetiche) e  Gian Maria Marcaccini (con una inespressionistica ambientazione del quotidiano).

Il Premio Marche  (catalogo De Luca) continua a rispettare i suoi appuntamenti, al di là di ogni crisi e delle trascuratezze degli enti locali (che promettono e spesso ritardano o dimenticano). L’Associazione Marchigiana Iniziative Artistiche vuole continuare a mantenere il ruolo storico della manifestazione, il Comune di Ancona ne vorrebbe la gestione anche scientifica. Sotto questo aspetto, il dibattito è aperto. Quest’anno, come da programma, l’edizione è stata regionale con la rassegna “Arte Contemporanea nelle Marche” che presentava 40 artisti e circa 150 opere. L’idea sarebbe  buona se facesse con chiarezza il punto delle forze nuove del territorio, dal momento che quasi nessuno in Italia parte dalla base per comporre il puzzle nazionale. Purtroppo i diversi curatori, tranne qualche caso, si lasciano andare a scelte nostalgiche o improntate alla filosofia del “do ut des” più che al rigore, per cui ne vien fuori un panorama spesso irrilevante e confuso. Il visitatore resta disorientato, l’obiettivo della corretta informazione eluso. Dall’insieme, tra i giovani, qualche nome si è fatto notare: G. Salis, C. Nalli, M. Vitangeli, M. Baldini, G. Bordoni, S. Bruni, G. Cosci, C. Mattii, S. Muzi. Completavano l’esposizione una sezione dedicata a due stranieri nelle Marche (il francese Philippe Artias e lo spagnolo José Guevara) e la mostra storico-critica “Segno forma struttura nell’arte delle Marche tra il 1940 e il 1959”, ricostruzione delle vicende  di un ventennio, con pittori e scultori che si sono mossi tra figurazione e astrazione, da A. Alfieri a Luigi Bartolini, a C. Cagli, C. Cintoli,  L. Dania, P. Fazzini, O. Licini, E. Mannucci, S. Monachesi, U. Peschi, A. e G. Pomodoro, L. Sguanci, O. Tamburi, W. Tulli, N. Valentini ed altri. Archiviata questa rassegna, si pensa alla prossima a carattere nazionale e ogni volta si spera in uno scatto diverso. Siamo sempre più convinti che solo un valido curatore unico potrebbe produrre il miracolo.

Luciano Marucci

 [«Juliet» (Trieste), n. 90, dicembre 1998-gennaio 1999, p. 72]